Continua il nostro viaggio nella Roma sommersa grazie alle inchieste di Manuela Campitelli. Questa volta si tratta di un'intervista a don Sardelli, un prete impegnato.
Sono passati 37 anni dalla prima lettera di padre Roberto Sardelli al sindaco di Roma. “Non tacere”, questo il titolo, si inseriva in un periodo, tra la fine degli anni sessanta e l’inizio degli anni settanta, di grandi lotte sociali e abitative, per l’eliminazione delle baracche che mostravano il volto delle disuguaglianze sociali. Oggi come allora, padre Sardelli, si muove dentro contraddizioni analoghe, le stesse che hanno portato a una svolta securitaria che scalfisce le politiche di accoglienza e di inclusione. E oggi come allora chiede al Sindaco, alle istituzioni e alla società civile di “Continuare a non tacere”, nei confronti dei poteri forti che condizionano la politica e distolgono l’attenzione della reali emergenze sociali.
“Allora, padre Sardelli, dove vivono i nuovi poveri?”
“Vivono in mezzo ai nuovi ricchi. Non sono più rilegati esclusivamente ai margini delle periferie, ma sopravvivono anche nel cuore della città, in mezzo alla gente e vicino ai quartieri residenziali. E per il fatto che sono “visibili”, questi poveri, danno ancora più fastidio. Così, l’unica arma a disposizione della politica, è di cancellare le realtà “scomode” con un colpo di spugna: attraverso i rimpatri forzati, le deportazioni fuori dal raccordo, riproducendo vecchi e nuovi lager.”
“E quindi, rispetto a 40 anni fa, nulla è cambiato?”
“La situazione, piuttosto, è peggiorata. Il Comune di Roma sta ripercorrendo le stesse dinamiche che hanno portato alle formazione delle baraccopoli 40 anni fa, ma con aggravanti ulteriori sia in termini numerici (se prima gli emarginati a Roma erano 100 mila, oggi sono 400 mila) sia per ragioni geografiche (migrazioni differenti vanno affrontate in modo altrettanto differente). Di fronte ai nuovi fenomeni di emarginazione sociale la politica è fragile perché è condizionata dai poteri forti: mi riferisco, in primo luogo, agli speculatori e ai grandi costruttori. Sono loro i padroni di questa città.”
“A questo proposito, secondo lei, la politica come intende affrontare il previsto baby boom che entro il 2008 porterà alla nascita di un milione di bambini figli di migranti?”
“Semplicemente non intende affrontarlo. Ripeto, non esiste una pianificazione a lungo termine e non ci sono neppure i presupposti culturali per iniziare un percorso di questo tipo. Il problema dell’esclusione, infatti, va affrontato prima di tutto in termini culturali. Bisogna chiarire, ad esempio, il significato della parola “integrazione”. Per alleanza nazionale, che si è opposta al cibo diversificato nelle mense scolastiche, i migranti si devono “integrare” alle nostre abitudini alimentari. Capite bene che in questo senso il valore stesso delle parole è capovolto.”
“Che ne pensa della proposta avanzata dal prefetto Mosca che suggerisce di mettere a disposizione dei senza casa e di migranti le strutture ecclesiastiche abbandonate?”
“Ben venga la proposta del prefetto, e ben venga un’apertura della chiesa in questo senso. Ogni soluzione, però, deve essere studiata con i diretti interessati e non imposta dall’alto: i rom, ad esempio, appartengono a diverse etnie che non possono essere amalgamate attraverso un condizionamento esterno.”
“E la politica romana in che modo costruisce il suo consenso?”
“La politica romana propone modelli impraticabili e inesistenti. Pensiamo solo alla Festa del Cinema, che deprime l’immagine della città e riproduce lo schema di una politica che si esaurisce nello spettacolo. Quest’ultimo, fine a se stesso, non è inserito in una politica culturale e quindi non ha ragione d’essere. Non a caso, due documentari sulla Roma degli invisibili realizzati dalla Cgil e dal gruppo “Non Tacere”, sono state esclusi dalla Festa del Cinema senza reali motivazioni.”
“Lei ha partecipato a un dibattito organizzato dal consigliere regionale Peppe Mariani sugli “invisibili” di questa città. Oggi, Roma, veramente non si accorge dei suoi “invisibili”?”
“Oggi Roma è una città che non accetta se stessa. Subisce e non asseconda la trasformazione in corso perché manca una reale pianificazione delle politiche legate all’accoglienza. Solo i fatti di cronaca più efferati riescono a spostare l’attenzione verso il mondo sommerso ma lo fanno in modo così “parziale” da sviare l’attenzione sulle reali problematiche. Eppure, nel mondo degli invisibili, non ci sono solo i migranti clandestini o i rumeni nei campi rom. La città degli invisibili è anche quella di molte donne, sfruttate, abusate o vittime della tratta. Donne imprigionate in una politica che si muove seguendo un approccio ideologico, senza affrontare il problema laidamente e senza trovare soluzioni partecipate. La città degli invisibili, infine, è anche quella dei precari: precari nel lavoro, nello studio, nei legami amicali e parentali. Una realtà così diffusa da inquinare tutte le relazioni quotidiane, fino a demolire le basi stesse della società.”