mercoledì, 21 maggio 2008

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Falluja (Iraq), 5  aprile 2004

Non so cosa sta succedendo. O forse lo so molto bene, ma non voglio crederci. Quella donna sarà a circa venti metri da me: è stesa  e se chiudo gli occhi posso immaginare che stia dormendo, che stia soltanto riposando all’ombra dell’ulivo. L’albero che, invece, sta rinfrescando la sua morte.

Sono due giorni che non riusciamo a mettere un piede fuori casa: Falluja, la mia Falluja è sotto assedio. Un’ora fa è toccato a quella donna, che tra l’altro era pure incinta. Un cecchino americano l’ha falciata proprio sotto i miei occhi, a due passi dai mio figlio Arbil, che per un attimo era sfuggito al controllo dei miei genitori. Una donna incinta: era una terrorista: sì, portava il terrore dentro la sua pancia, una vita che forse ha fatto meglio a non nascere e a rimanere laggiù, nelle profondità di quella carne ormai fredda. Sarebbe diventato un ragazzo che sarebbe stato lui stesso terrore, come quello che adesso provo nella parte più profonda di me, quello che si porterà sempre nei suoi occhi scuri il piccolo Arbil, sangue del mio sangue, destinato a una vita tremenda per le strade della martoriata Falluja.

Btissam, mia madre, recita in silenzio le litanie, seduta in fondo alla cucina con  il suo misbaha tra le mani: si muove piano, avanti e indietro, avanti e indietro, un’oscillazione che non trova requie, rallenta soltanto quando qualcuno di noi si avvicina. Allora mia madre alza lo sguardo, sorride appena per poi rituffarsi nel suo eterno discorso con Dio. Chissà se a Dio racconta dei quattro americani e della pietà che abita la nostra casa da quel maledetto pomeriggio. Al tramonto mancano due ore: e noi ripiomberemo nel buio.

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sabato, 17 maggio 2008

Inauguro oggi la pubblicazione a puntate di un mio romanzo lasciato a metà; mi sto interrogando sui motivi di questa interruzione e nel frattempo vi lancio i personaggi, uno dei quali carissimo al vasto mondo dei blogger italiani. Un uomo straordinario che ci ha lasciato e il modo ancor c'offende. Buona lettura.

UN ITALIANO TRANQUILLO
prima puntata

PROLOGO

Cesenatico, estate 1960

L’uomo si avvicina al ragazzo e gli accarezza i capelli mentre il torpedone avanza con il suo muso che diventa sempre più grosso. L’uomo regge nella mano destra una grossa valigia marrone e il ragazzo lo guarda e poi guarda la donna che gli si sta avvicinando; intorno a loro -a chiuderli in cerchio- si è raccolta una folla silenziosa.

La donna abbraccia l’uomo e il ragazzo si guarda la punta della scarpe consumate e poi alza gli occhi al torpedone che si sta fermando davanti alla quercia sulla strada. La donna rialza la testa e i suoi occhi umidi scrutano tutta intera la figura dell’uomo, bloccata dalle sue mani nodose in una stretta sulle spalle.

“Allora Guido, hai capito?”

Guido fa di sì con la testa e si abbottona la giacca di cotone gessato.

“Appena arrivi in Messico chiama quello lì e vedrai che farà tutto lui” dice la donna accarezzandogli un braccio.

“Sì, Nella, però muoviamoci, sennò la corriera se ne va senza di me” dice Guido incamminandosi verso la quercia. Il cerchio delle persone silenziose si apre e lascia passare i due, seguiti dal ragazzo, che mette un passo dietro l’altro saltellando e ridendo.

“Sembra che tuo nipote sia contento?” dice Nella con gli occhi rivolti al ragazzo.

“Negli ultimi giorni non ho fatto altro che raccontargli del Messico e lui sembrava rapito.”

“Ma non è che hai un po’ esagerato, Guido? Mi basta un fratello emigrante.”

Adesso sono davanti al predellino del pulman e Nella osserva Guido un’ultima volta. Voglio tenerti impresso nella testa perché forse non ti rivedrò più, fratello mio. E questo è ciò che mi rimarrà di te. Il ragazzo intanto sorride a suo zio che, dopo aver sistemato la valigia sul portapacchi, gli sta accarezzando i riccioli bruni.

“Non ti dimenticare mai Enzo. Studia, studia e studia, va bene?”

“Va bene, zio, ma tu ricordati quella promessa che mi hai fatto.”

Guido e Nella lo guardano incuriositi.

“A cosa ti riferisci, Enzo… guarda che di promesse ultimamente ne ho dovute fare tante” sorride Guido abbracciando con uno sguardo la masseria in fondo alla strada, i cipressi allineati sull’orizzonte e i monti a tagliare il cielo rosso di tramonto.

“Mi hai promesso che quando divento grande posso venire a trovarti a Città del Messico.”

Guido si raschia la barba di tre giorni, fa cenno all’autista che sta per salire, abbraccia il nipote con una stretta delle sue braccia muscolose e poi gli sussurra all’orecchio: “Ogni promessa è debito, Enzo. Ogni promessa è debito.”

 

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sabato, 17 maggio 2008

Sui Rom a Napoli ecco come ci vedono nel mondo:

http://www.repubblica.it/2006/05/gallerie/politica/giornali/1.html

 

Non credo che se ne esca molto bene.

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mercoledì, 19 marzo 2008
 
 
 

A pelo d'acqua
Rocco Campagna
Adda editore
pp. 192, euro 12

La trama è un pretesto per raccontare una città attraversata da conflitti. Passato e presente, memoria antifascista e nuovo squadrismo, lutti vicini e prospettive future. A pelo d'acqua si inserisce a pieno titolo nella nuova letteratura noir italiana, con originalità e bella scrittura. Rocco Campagna racconta della sua Bari, compressa fra il porto e la città vecchia, fra personaggi perennemente immersi in una dimensione di viaggio, reale o virtuale e le angustie, i ricordi, i rancori di una provincia che costringe al ritorno, a fare i conti con il passato. Una donna trovata morta, due ispettori della questura incaricati delle indagini: Calisi, omosessuale e scanzonato viveur che si trova a dover affrontare la violenza omofobica di un gruppuscolo di destra e Barbera, tormentato dalla morte recente del padre, da una decisione fondamentale per la sua vita sentimentale, da dubbi, paure, fragilità e solitudine. La trama si dipana scorrendo veloce e tesa, affiorano personaggi concreti e ambienti facili da riconoscere, trasposti dalla vita reale, ma l'indagine si rivela anche essere un doloroso viaggio nel tempo, fra episodi dimenticati della resistenza barese del 1943. Parole di Gramsci e ricordi di morti mai chiarite, storie destinate all'oblio ma che dall'oblio debbono riemergere, "a pelo d'acqua" per rendere giustizia ai morti e ai vivi, se la parola giustizia ha senso.
Stefano Galieni

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venerdì, 07 marzo 2008
Noto con piacere che il Partito Democratico ha fatto dietrofront: Beppe Lumia adesso è candidato capolista per le prossime elezioni. Bene. Forse le migliaia di mail ricevute e il clamore mediatico suscitato da questa esclusione hanno scosso qualcuno nell'ormai famoso loft romano.
Continuiamo a osservare.
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mercoledì, 05 marzo 2008

E noi proprio questo dal Partito Democratico non ce l’aspettavamo.

Ormai è ufficiale: Giuseppe Lumia è stato escluso dalle liste per le prossime elezioni politiche del 13 e 14 aprile. Forse si presenterà con l’Italia dei Valori. Dovremmo sperarlo tutti. Giuseppe Lumia, siciliano, classe 1960, è un acuto conoscitore della mafia siciliana; a tal punto da essersi meritato anni fa, stando alle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Antonino Giuffré, una fatwa del Capo dei Capi, Bernardo Provenzano.

Purtroppo Giuseppe Lumia ha già tre mandati parlamentari alle spalle e, come ci ha spiegato Veltroni, il PD vuole svecchiare e non ci si può ripresentare dopo essere stati eletti tre volte, salvo casi eccezionali. Per Lumia non si poteva concedere una deroga; mentre per un certo Vladimiro Crisafulli detto “Compagno Mirello” (una vita nel PCI-PDS-DS), siciliano anche lui, classe 1950, si è potuto chiudere un occhio. Ma chiudere un occhio su che cosa? Su certi suoi strani rapporti con persone dal passato non proprio specchiatissimo. Qui di seguito la ricostruzione di uno stralcio di conversazione -filmata dalle forze dell’ordine- tra Crisafulli e un boss di Enna. Siamo in un hotel.

 

Mirello (a un cameriere): “Mi darebbe un posacenere per favore?”

Il cameriere torna dopo qualche secondo portando anche un bloc-notes e una penna.

Boss (al cameriere): “No, non mi serve la carta. Tutto a mente, non si lasciano tracce.”

Mirello tocca l’orologio del boss e scherza sul suo valore.

Boss (sempre scherzando): “Non è come quelli del presidente.”

Iniziano a parlare di politica locale e poi, nel giro di qualche minuto, passano agli appalti.

Boss (a proposito di un certo appalto): “A chi lo hai dato?”

Mirello: “Agli unici che lo possono fare. Ai fratelli ..........”

Il boss dimostra di non apprezzare questa decisione e se ne lamenta.

Mirello (per tre volte): “Fatti i cazzi tuoi.” 

 

Insomma, non proprio uno che le manda a dire. Ma anche uno che, sia chiaro, a Enna e provincia prende palate di voti come noccioline (da antologia una sua celebre dichiarazione: “A Enna io sono sicuro di vincere le elezioni con qualsiasi sistema elettorale, persino con il sorteggio.”).

Crisafulli per quella chiacchierata amichevole (e per altro ancora) non fu incriminato perché i giudici hanno stabilito che lui non ha mai portato alcun beneficio a Cosa Nostra. Crisafulli non ha commesso reato, pur essendo coinvolto in un fatto grave. E fin qui tutto bene. Ma a Veltroni adesso vorrei chiedere dove se l’è messa lui la “questione morale” di berlingueriana memoria. Perché Crisafulli viene ricandidato (in Sicilia, ovvio, nelle liste per il Senato, posizione blindatissima!) mentre Lumia viene lasciato a casa?

Chiudo con una citazione da La scomparsa dei fatti (ed. Il Saggiatore, 2007) di Marco Travaglio, proprio a proposito della vicenda giudiziaria del nostro “compagno Mirello”:

“Un fatto può essere gravissimo anche se non è reato. E un reato può essere infinitamente meno grave di un fatto che è reato. Avere rapporti con un boss mafioso è enormemente più grave che timbrare due volte lo stesso biglietto della metropolitana, cancellando con la gomma la prima timbratura: anche se il primo comportamento non costituisce reato e il secondo sì.”

E io che mi ostino a far vedere “I cento passi” ai miei alunni. Povero coglione.

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martedì, 19 febbraio 2008

Insegno Italiano in una scuola media di Bari. L’altro giorno ho chiesto ai miei ragazzi, fra i dodici e i tredici anni, di descrivere in un tema il loro quartiere; uno si è alzato e  mi ha detto che non sapeva cosa dire, che al massimo mi avrebbe potuto parlare di sparatorie e scippi. Io gli ho detto che mi stava bene e lui si è messo a lavorare.

Insegno Italiano in una scuola media di Bari. L’altro giorno ho proposto ai miei ragazzi di adottare come testo di narrativa per il secondo quadrimestre un romanzo scritto da un Vice Questore; uno (non lo stesso di prima, un altro) si è alzato e mi ha detto che avrebbe preferito evitare (le parole non erano proprio queste... ma va bene lo stesso) di leggere un libro scritto da un infame.

 

Sarà Bari a ospitare il 15 marzo la giornata nazionale della memoria in ricordo delle vittime della criminalità organizzata. Bisogna parlarne. E bisogna partecipare.
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sabato, 19 gennaio 2008

Ultima puntata dell'inchiesta di Manuela Campitelli, giornalista romana del settimanale "Carta".

Moderni lager cittadini, così da molti vengono definiti i campi rom, luoghi lontani dagli occhi della gente, che dei rom (gli zingari, come qualcuno ancora li chiama) non ne vuole sentire parlare. Si sa, d’altronde, la formula tolleranza zero oggi dilaga prepotentemente a ricordare come le forme di immigrazione vadano ben circoscritte e allontanate, quasi ad imputare le responsabilità dei mali della società civile a chi è ospite sul nostro territorio.

Per questo motivo, oggi più di prima, l’attenzione è rivolta per l’appunto ai campi rom, attrezzati o meno, dove risiedono e rivendicano una loro identità e dignità, centinaia di uomini e donne, alla ricerca di stanzialità – al contrario di ciò che storicamente è stato -  di emancipazione sociale e d’interazione culturale.

Così, le associazioni che lavorano da anni al fianco di queste realtà, si stanno impegnando attraverso la gestione diretta dei campi, per permettere ai rom stanziali di Roma di fruire dei servizi presenti sul territorio. Un’esperienza unica nel suo genere è nata all’interno del “villaggio” di  via Luigi Candoni, dove è stato possibile attivare tutta una serie di servizi, di carattere socio – sanitario, nonostante la realtà dura e i limiti strutturali di ogni campo. Con l’aiuto di un medico e il supporto dell’Asl, l’Arci è così riuscita a promuovere campagne di vaccinazione e di prevenzione a diversi livelli.

Ma c’è di più, grazie alla collaborazione tra operatori sociali e cittadini rom, è stato attivato uno sportello legale che fornisce informazioni in merito alle problematiche relative ai permessi di soggiorno (nonostante la maggior parte dei residenti siano cittadini comunitari) e uno sportello lavoro per la preparazione ai colloqui e la redazione di curricula, che ha favorito l’inserimento lavorativo di molti residenti del campo.

“La formazione scolastica – dice Christian dell’Arci - ha avuto un ruolo fondamentale nella crescita della comunità: molti ragazzi hanno superato lo scoglio dell’assenteismo e frequentano la scuola media superiore. Anche lo sport ha avuto un ruolo determinante perché ha contribuito all’integrazione dei ragazzi rom con i coetanei che risiedono nello stesso territorio del municipio XV.

La gestione del campo – conclude Christian - è frutto della sinergia che la comunità ha creato con noi gli operatori: siamo così riusciti a creare un comitato di gestione del villaggio, capace di fare fronte alle problematiche di carattere ordinario e straordinario. Insomma, abbiamo cercato di rendere vivibili e fruibili le strutture sia all’interno che all’esterno del campo, senza trascurare l’elemento estetico oltre che funzionale: il campo è stato dotato di verande aperte e fioriere vicino ai container, per rendere questi luoghi un po’ meno asettici e un po’ più dignitosi”.

 

 

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lunedì, 14 gennaio 2008

Continua il nostro viaggio nella Roma sommersa grazie alle inchieste di Manuela Campitelli. Questa volta si tratta di un'intervista a don Sardelli, un prete impegnato.

Sono passati 37 anni dalla prima lettera di padre Roberto Sardelli al sindaco di Roma. “Non tacere”, questo il titolo, si inseriva in un periodo, tra la fine degli anni sessanta e l’inizio degli anni settanta, di grandi lotte sociali e abitative, per l’eliminazione delle baracche che mostravano il volto delle disuguaglianze sociali. Oggi come allora, padre Sardelli, si muove dentro contraddizioni analoghe, le stesse che hanno portato a una svolta securitaria che scalfisce le politiche di accoglienza e di inclusione. E oggi come allora chiede al Sindaco, alle istituzioni e alla società civile di “Continuare a non tacere”, nei confronti dei poteri forti che condizionano la politica e distolgono l’attenzione della reali emergenze sociali.

“Allora, padre Sardelli, dove vivono i nuovi poveri?”

“Vivono in mezzo ai nuovi ricchi. Non sono più rilegati esclusivamente ai margini delle periferie, ma sopravvivono anche nel cuore della città, in mezzo alla gente e vicino ai quartieri residenziali. E per il fatto che sono “visibili”, questi poveri, danno ancora più fastidio. Così, l’unica arma a disposizione della politica, è di cancellare le realtà “scomode” con un colpo di spugna: attraverso i rimpatri forzati, le deportazioni fuori dal raccordo, riproducendo vecchi e nuovi lager.”

“E quindi, rispetto a 40 anni fa, nulla è cambiato?”

“La situazione, piuttosto, è peggiorata.  Il Comune di Roma sta ripercorrendo le stesse dinamiche che hanno portato alle formazione delle baraccopoli 40 anni fa, ma con aggravanti ulteriori sia in termini numerici (se prima gli emarginati a Roma erano 100 mila, oggi sono 400 mila) sia per ragioni geografiche (migrazioni differenti vanno affrontate in modo altrettanto differente). Di fronte ai nuovi fenomeni di emarginazione sociale la politica è fragile perché è condizionata dai poteri forti: mi riferisco, in primo luogo, agli speculatori e ai grandi costruttori. Sono loro i padroni di questa città.”

“A questo proposito, secondo lei, la politica come intende affrontare il previsto baby boom che entro il 2008 porterà alla nascita di un milione di bambini figli di migranti?”

“Semplicemente non intende affrontarlo. Ripeto, non esiste una pianificazione a lungo termine e non ci sono neppure i presupposti culturali per iniziare un percorso di questo tipo. Il problema dell’esclusione, infatti, va affrontato prima di tutto in termini culturali. Bisogna chiarire, ad esempio, il significato della parola “integrazione”. Per alleanza nazionale, che si è opposta al cibo diversificato nelle mense scolastiche, i migranti si devono “integrare” alle nostre abitudini alimentari. Capite bene che in questo senso il valore stesso delle parole è capovolto.”

“Che ne pensa della proposta avanzata dal prefetto Mosca che suggerisce di mettere a disposizione dei senza casa e di migranti le strutture ecclesiastiche abbandonate?”

“Ben venga la proposta del prefetto, e ben venga un’apertura della chiesa in questo senso. Ogni soluzione, però, deve essere studiata con i diretti interessati e non imposta dall’alto: i rom, ad esempio, appartengono a diverse etnie che non possono essere amalgamate attraverso un condizionamento esterno.”

“E la politica romana in che modo costruisce il suo consenso?”

“La politica romana propone modelli impraticabili e inesistenti. Pensiamo solo alla Festa del Cinema, che deprime l’immagine della città e riproduce lo schema di una politica che si esaurisce nello spettacolo. Quest’ultimo, fine a se stesso, non è inserito in una politica culturale e quindi non ha ragione d’essere.  Non a caso, due documentari sulla Roma degli invisibili realizzati dalla Cgil e dal gruppo “Non Tacere”, sono state esclusi dalla Festa del Cinema senza reali motivazioni.”

“Lei ha partecipato a un dibattito organizzato dal consigliere regionale Peppe Mariani sugli “invisibili” di questa città. Oggi, Roma, veramente non si accorge dei suoi “invisibili”?”

“Oggi Roma è una città che non accetta se stessa. Subisce e non asseconda la trasformazione in corso perché manca una reale pianificazione delle politiche legate all’accoglienza. Solo i fatti di cronaca più efferati riescono a spostare l’attenzione verso il mondo sommerso ma lo fanno in modo così “parziale” da sviare l’attenzione sulle reali problematiche. Eppure, nel mondo degli invisibili, non ci sono solo i migranti clandestini o i rumeni nei campi rom. La città degli invisibili è anche quella di molte donne, sfruttate, abusate o vittime della tratta. Donne imprigionate in una politica che si muove seguendo un approccio ideologico, senza affrontare il problema laidamente e senza trovare soluzioni partecipate. La città degli invisibili, infine, è anche quella dei precari: precari nel lavoro, nello studio, nei legami amicali e parentali. Una realtà così diffusa da inquinare tutte le relazioni quotidiane, fino a demolire le basi stesse della società.”

 

 

 

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sabato, 05 gennaio 2008

Con Ekerem in testa, la carovana parte verso il campo nomadi di Ponte Mammolo, dove i recenti attacchi alla comunità rom hanno contribuito a innalzare un muro spesso di diffidenza. E infatti nessuno vuole parlare: gli abitanti del campo, 150 in tutto, si chiudono la porta dietro le spalle, le donne fuggono di fronte alla delegazione, resta solo qualche bambino incuriosito dalle macchine fotografiche. Anche il rappresentante del campo è diffidente: “Sono impegnato, devo andare a prendere mio figlio a scuola”. Poi si lascia andare e dice: “I pregiudizi e l’indifferenza ci ammazzano, tanto quanto le molotov”. E rivolgendosi a Peppe Mariani domanda: “Tu cosa puoi fare per noi?”. Il consigliere prova a spiegare il senso della carovana: “L’idea – dice – è quella di progettare insieme forme di inclusione sociale anche attraverso una serie di incontri partecipati che affrontino non solo il tema del diritto alla sicurezza, ma anche il diritto a una vita dignitosa. Vogliamo vedere con i nostri occhi le cause sociali dell’emarginazione e gli effetti concreti delle politiche di sicurezza”. Il capo della comunità annuisce, azzarda un sorriso, poi chiude di nuovo i cancelli. “Il bambino esce da scuola”.

Con la miseria di Ponte Mammolo alle spalle, la carovana prosegue verso lo sportello unico per l’immigrazione di piazza dè Cristoforis, a Casalbertone. Qui i lavoratori migranti si mettono in fila, anche dodici ore consecutive, con la speranza d ottenere quanto prima i documenti. Con loro c’è anche Mascia, una ragazza russa di 35 anni, che in Italia fa la badante. Oggi non è andata a lavoro ma per fortuna un’amica l’ha sostituita. “Si chiama Claudia – racconta Mascia – è peruviana e da un anno è in attesa dei documenti per il ricongiungimento familiare. Le hanno detto che ci vorrà ancora qualche mese, così oggi è rimasta a casa”. “Allo sportello unico per l’immigrazione – dice un collaboratore di Peppe Mariani – gli stranieri si mettono in fila dal giorno prima, spesso trascorrono all’aperto tutta la notte e chi si allontana, anche solo per andare in bagno, rischia di perdere il posto. Non esiste la figura del mediatore culturale e gli impiegati, molte volte, sono lavoratori interinali privi di ogni competenza. Per di più restano ancora inevase 2.000 domande presentate nel 2006”.

La preghiera serale che segna l’inizio del Ramadan, celebrata nella piccola Moschea “Masjeed-e-Roma” al piano terra di un palazzo di Torpignattara, chiude la prima fase della carovana degli invisibili. “Quel giorno – dice Mariani - nel cortile del condomino c’erano almeno 800 persone: in gran parte indiani musulmani, quelli che di giorno popolano il “sūq” multietnico di piazza Vittorio”.

In via Aldobrandeschi, sull’Aurelia, il campo rom è nascosto in un bosco dove vivono 76 rumeni, 30 dei quali bambini, sgomberati il 9 marzo scorso dal campo attrezzato di via Troili. Sono i rom musicisti, che vivono suonando nei vagoni della metropolitana o nelle strade di Roma. Il 27 settembre scorso, la carovana degli invisibili ha deciso di avviare la seconda fase del progetto partendo proprio dal bosco Aldobrandeschi. “Nel campo di via Troili – racconta Adrian, un ragazzo che vive nell’accampamento – almeno c’erano i servizi igienici, l’acqua, la corrente elettrica e i mezzi di trasporto per andare a scuola oppure a lavoro. Oggi invece non abbiamo più niente, neanche i soldi per riparare gli strumenti musicali quando si rompono”. Sotto gli alberi e tra i cespugli, prende forma la tendopoli di nylon e lenzuoli vecchi, dove i bambini giocano con la terra e i materiali di risulta e le donne vanno a rifornirsi d’acqua a un chilometro di distanza. “Qui non esistono figure di relazione con il mondo esterno – dice Adrian – né un assistente sociale, né un mediatore culturale. Il campo è gestito militarmente, è perlustrato dalle forze dell’ordine che spesso irrompono con il saluto fascista gridandoci in faccia “ci vorrebbe il duce””. La visita al campo nel bosco prosegue ma per Adrian si è fatto tardi: tira fuori da una scatola ben custodita una camicia bianca, un cravattino e un gilet, prende la fisarmonica e va a lavorare.

A Roma, ormai, ogni spazio sembra essere occupato. Persino i cunicoli dove passava il vecchio sistema fognario di Cinecittà Est. Lì, dove i nuovi emarginati del municipio X popolano il substrato di un quartiere di 30 mila abitanti in forte espansione, la carovana ha iniziato la terza fase del viaggio nella città degli invisibili. Ai cunicoli si accede da via Eudo Giulioli, calandosi con una scala in una grossa buca fangosa scavata decine di anni fa. Sono stretti, bassi, umidi e senza via di fuga. Praticamente una trappola per topi. Lo sa bene Meo, rumeno di 50 anni, che ha subito quattro operazioni per le ustioni riportate a seguito dei numerosi incendi divampati nelle fogne. Presto Meo tornerà in Romania,  per ricongiungersi al resto della famiglia. Tornerà povero come prima e con il volto sfigurato. E la sua paura più grande è quella di non essere riconosciuto dai nipoti.

Negli scantinati delle case Ater di Tor Sapienza le cose non vanno meglio. Nei sottoscala, nelle cantine e nei corridoi di via Giorgio de Chirico, sopravvive ogni tipo di fragilità sociale. Gli assegnatari ufficiali, circa 3 mila persone in tutto, condividono gli spazi esigui con gli occupanti: ci sono materassi e fornelli elettrici dappertutto, mentre la biancheria è stesa ovunque. “Il comprensorio, in origine, doveva essere un luogo di condivisione e di utilizzo collettivo – dice Peppe Mariani – oggi invece non esiste alcuna pianificazione per il recupero dell’area. Sono cadute nel vuoto persino le proposte di autorecupero avanzate all’Ater da un comitato congiunto di assegnatari e occupanti”. “L’idea – spiega un abitante – era quella di avviare progetti sociali attraverso il riutilizzo degli spazi, in cambio i residenti avrebbero provveduto alla pulizia dell’intero comprensorio. Invece, l’Ater, è rimasta sorda alle nostre richieste: il bando per la manutenzione è stato vinto dall’Ama la quale, ha sua volta, ha subappaltato i lavori a una cooperativa che di fatto non pulisce mai”.
Appesantita da un fardello sempre più pesante, la carovana degli invisibili si avvia verso la fine della terza tappa. Passando per lo sportello casa gestito da Action all’interno dell’occupazione abitativa di via Del Lollis e per la mensa di via degli Apuli a San Lorenzo, la delegazione arriva fino a Trastevere, dove il professor Aldo Morrone dirige il centro di eccellenza di Medicina Preventiva delle Migrazioni. All’ospedale San Gallicano lavorano medici, operatori e mediatori culturali esperti in malattie legate all’immigrazione e alla condizione di marginalità. Ogni giorno, negli ambulatori, passano decine di stranieri ma anche di italiani. Tra di loro c’è un anziano clochard di 71 anni, molti dei quali vissuti in strada. E’ malato di tubercolosi e tutte le settimane riceve assistenza gratuita al San Gallicano. “Ormai per me è un punto di riferimento – dice – perchè non si tratta ottenere solo le cure necessarie ma anche ascolto e assistenza psicologica”. Per lui, oggi, la visita è terminata, tornerà tra una settimana per il controllo. Forse prima, se ne avrà voglia.  “Eppure - afferma Peppe Mariani – il centro di medicina preventiva delle migrazioni, preso a modello dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, viene lasciato da anni in uno stato di sottofinanziamento cronico. In questo, come in altri casi, la politica è chiamata a intervenire, con proposte adeguate legate all’inclusione sociale e alla cooperazione, senza lasciare spazi vuoti che rischiano di essere riempiti da una dialettica populistica e da un’antipolitica sempre più prepotente. In alcuni municipi di Roma, come ad esempio il X, sono state sperimentate buone pratiche sociali e amministrative, che hanno trasformato soggetti fragili in una risorsa. Una delle prossime tappe della carovana degli invisibili partirà proprio da lì. Il nostro – conclude Mariani –  vuole essere un contributo alla città che non ha la pretesa di rappresentare nessuno ma che ha l’ambizione di dire un pezzo di verità che nessuno sembra avere voglia di ascoltare”.

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